Grano Jervicella

Il grano antico delle Marche

(fonte Assam Marche)

La coltivazione della varietà di grano jervicella è ampiamente documentata nella cultura agricola del sud delle Marche, in particolar modo nella provincia di Ascoli Piceno e Fermo.
Interessante è l’analisi etimologica con cui viene delineata questa varietà di Triticum aestivum. La jervicella è un termine popolare rionducibile a “jerva”, vocabolo presente nel Dizionario dei dialetti piceni fra Tronto e Aso di Francesco Egidi. Il significato, “erbetta”, ci riconduce ad alcune peculiarità di coltivazione e lavorazione di questo grano, ascrivibile al gruppo del Gentilrosso mutico.
Tale frumento, piantato in primavera, raggiunge al momento della mietitura dimensioni inferiori rispetto al grano seminato nel periodo autunnale. Il diminutivo/vezzeggiativo del termine “jerva” connota tale caratteristica fisica.
La motivazione che lega questo frumento all’erba, oltre per la sopracitata ridotta dimensione del grano, è l’aspetto cromatico che il Gentilrosso assume nel momento della mietitura laddove sia destinato alla produzione dei cappelli di paglia, prodotto tipico della zona di Montappone.
Tale varietà di frumento era già conosciuta da Costanzo Mattioli, naturalista marchigiano del XVI secolo, che elenca tra le specie «Lassando andare per hora varii nomi degl’antichi, como molti ne nominasse Theofrasto al 4° capitolo del’8° libro, hoggi il primo luoco parte che tenga la calvigia e bianca e rossa e senza arista; la vernella o grano marzuolo, τρίμηνος πυρός χαί σητάνιος, cioé grano trimestre e setanio, quale fa il pane un poco rosetto ma molto buono».
Di fondamentale importanza è l’elenco delle varietà di frumento coltivate nelle dipartimento del Metauro, compilate nel 1811 da Giovanni Brignoli, professore di Botanica ed Agraria nel R. Liceo-Convitto di Urbino, per il Filippo Re, professore d’agraria all’Università di Bologna.
Filippo Re coordinò dal 1809 al 1814 un’inchiesta agraria per mezzo di un questionario prestabilito volto ad studiare i progressi e le tradizioni agricole dei vari dipartimenti del Regno d’Italia: i risultati furono pubblicati negli Annali dell’Agricoltura del Regno d’Italia,
pubblicazione diretta dallo stesso Filippo Re. Nel IX tomo, Brignoli attesta la presenza sul territorio marchigiano (dipartimento del Metauro) del gentile rosso, sia nella varietà aristata sia in quella mutica, attualmente identificata con la jervicella: «[…] v’hanno pure di questo due varietà con la resta, che diconsi volgarmente grigia bianca e grigia rossa, e sono il primo il triticum sativum assoluto di Persoon, ed il secondo, la sua varietà, ruffa aristata di Barelle tav 3, fig. 16. – Mi viene detto dal sig. Domenico Benedetti, di Sinigaglia, (uomo di merito distinto in cognizione agrarie) coltivarsi in quel distretto il così detto grano rosso senza resta». Filippo Re non cita testualmente il gentile rosso, ma identifica la specie osservata alla figura 16 della tavola 3 di Barelle la cui legenda alla tavola citata descrive come «Formento detto grano gentile rosso (Triticum sativum varietas ruffa aristata)».
Del 1884 è la Relazione del Sottocomitato di Fermo, redatta dal prof. Nigrisoli per gli Atti della Giunta per la inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, utile perché oltre a identificare e localizzare la varietà della jervicella, attesta l’impiego per la produzione di cappelli: «Frumento per paglie da cappelli. – Il grano gentile (solina rossa) è molto coltivato in terreni adatti a Fallerone, Massa, Montappone ed altri comuni per la fabbricazione dei cappelli di paglia. Tale industria è assai estesa e lucrosa, e fu premiata con medaglie
d’argento ed onori distinti in tutte le grandi esposizioni italiane e straniere».

A queste fonti storiche segue la testimonianza della Sig. Giulia Iervicella che attesta nel padre Giuseppe il creatore della varietà di grano Jervicella, prezioso cereale che affondò le radici nel territorio di Monte Giberto. Da un robusto cespuglio che spiccava in mezzo ad un campo di grano, iniziò la selezione del grano tenero Iervicella e la successiva coltivazione, che si rivelò eccellente e si diffuse rapidamente nelle campagne marchigiane.
Tutto avvenne all’inizio degli anni ’40, durante il periodo fascista.
Il grano Iervicella fu riconosciuto ed iscritto nell’albo nazionale dei cereali dall’Istituto di Genetica “Nazareno Strampelli” di Roma per la cerealicoltura, in base all’applicazione del D.L. 28.04.1938.
Dopo la guerra, all’inizio degli anni ’60, molti contadini lasciarono la campagna per trasferirsi verso il litorale adriatico. I mezzadri iniziarono a lavorare nel settore calzaturiero ed edilizio, pensando ad un lavoro meno duro e ben remunerato. I pochi che restarono, legati alla tradizione, continuarono a coltivare il grano Iervicella, per conservare vivo il ricordo del pane cotto a legna, onde averlo genuino e profumato sulla propria
tavola.

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